L’INFORMAZIONE PLURALE E’ UN OPTIONAL
Come molti sanno, la rete Internet è nata da un progetto del Dipartimento per la Difesa americano, allo scopo di fornire servizi e informazioni utili ai fini militari. Gradualmente si è diffusa anche per altri usi.
All’inizio la novità della rete apparve assai rivoluzionaria e suscitò molti entusiasmi. Non si trattava soltanto di nuove possibilità d’informazione o di comunicazione. Negli anni Novanta, quando si formarono le prime comunità virtuali, sembrava che la rete potesse stravolgere completamente persino l’assetto socio-politico.
C’era l’idea che Internet dovesse cambiare le regole della politica, rendendo obsoleti concetti come elezioni e rappresentazione territoriale, in quanto le comunità non potevano più essere inserite all’interno di un’arbitraria ubicazione fisica.
Per la prima volta nella storia del pianeta era possibile formare comunità di migliaia di persone che potevano dialogare fra loro senza avere informazioni sull’identità fisica o sul luogo in cui si trovassero. Ciò faceva intendere che si trattasse di rapporti contrassegnati da maggiore libertà, in quanto non condizionati dall’appartenenza etnica, razziale o nazionale. Si parlò addirittura di un nuovo ordine in cui la libertà nei rapporti sociali potesse generare anche maggiore libertà politica.
Ben presto si poté vedere che si trattava di un’illusione. Internet, come tutti gli altri canali mediatici apparve nel tempo come un canale controllato dalle stesse persone che controllano gli altri media.
Col passar degli anni Internet dunque diventò un canale mediatico di informazione e comunicazione. Tuttavia la rete possiede caratteristiche che stravolgono la logica dei mezzi di comunicazione di massa tradizionali. Infatti, mentre giornali, radio e T.V. presentano l’informazione veicolata, filtrata da pochi operatori, con Internet, invece, chiunque può pubblicare e divulgare notizie. L’informazione in rete è unica nel suo genere perché c’è una multi-direzionalità delle comunicazioni, ovvero l’interazione fra chi pubblica e chi legge, rendendo la rete un mezzo simultaneo di pubblicazione e di comunicazione. In altre parole, a differenza dei media tradizionali, in rete ogni utente può ricevere e trasmettere informazioni.
Il tema della libertà di espressione è molto delicato ed a renderlo ancora piu’ complicato (soprattutto a livello giuridico) partecipano le straordinarie peculiarità che come detto caratterizzano l’informazione sul web. Il diritto a comunicare è garantito nell’art. 10 della Convenzione europea dei Diritti dell’Uomo, collegato alla libertà d’espressione e d’opinione, è considerato come uno dei diritti democratici per eccellenza. Nel dicembre del 1976 la Corte europea lo ha definito come “uno dei fondamenti irrinunciabili di una società democratica, una delle condizioni primordiali per il suo progresso e per la realizzazione di ognuno”.
Parlando dei fatti di casa nastra, già esistono nell’ordinamento giuridico italiano reati come la diffamazione, l’istigazione a delinquere e l’apologia, che pongono dei limiti a tale libertà. Pur in assenza di nuovi provvedimenti legislativi, già oggi tali reati possono essere contestati anche nei casi in cui passino attraverso mezzi di comunicazione come Internet. La libertà di espressione è elemento fondante di uno stato liberale: il timore è che ogni restrizione ulteriore di questa assomigli ad un piano che porta l’ordinamento giuridico in una direzione inaccettabile: quella di uno stato illiberale che si preoccupa in anticipo delle libere espressioni dei propri cittadini.
La “libertà di comunicazione” è disciplinata nella nostra Costituzione in due norme: l’art. 15 e l’art. 21. che riporto a seguire:
Articolo 15
La libertà e la segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione sono inviolabili.
La loro limitazione può avvenire soltanto per atto motivato dell’autorità giudiziaria [cfr. art. 111 c. 1] con le garanzie stabilite dalla legge.
Articolo 21
Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.
La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.
Si può procedere a sequestro soltanto per atto motivato dell’autorità giudiziaria [cfr. art.111 c.1] nel caso di delitti, per i quali la legge sulla stampa espressamente lo autorizzi, o nel caso di violazione delle norme che la legge stessa prescriva per l’indicazione dei responsabili.
In tali casi, quando vi sia assoluta urgenza e non sia possibile il tempestivo intervento dell’autorità giudiziaria, il sequestro della stampa periodica può essere eseguito da ufficiali di polizia giudiziaria, che devono immediatamente, e non mai oltre ventiquattro ore, fare denunzia all’autorità giudiziaria. Se questa non lo convalida nelle ventiquattro ore successive, il sequestro s’intende revocato e privo d’ogni effetto.
La legge può stabilire, con norme di carattere generale, che siano resi noti i mezzi di finanziamento della stampa periodica.
Sono vietate le pubblicazioni a stampa, gli spettacoli e tutte le altre manifestazioni contrarie al buon costume. La legge stabilisce provvedimenti adeguati a prevenire e a reprimere le violazioni.
L’art. 15 – riconosce e garantisce a tutti gli individui il diritto di corrispondere liberamente e segretamente, con qualsiasi mezzo disponibile e tecnicamente idoneo a garantire la segretezza della corrispondenza. La seconda norma costituzionale – l’art. 21 – riconosce a “tutti” il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo. Nonostante a prima vista possa sembrare che le due norme abbiano il medesimo oggetto in realtà ciò non è vero. Le due norme hanno, infatti, un ambito di applicazione diverso e, soprattutto, un diverso sistema di limiti.
Per quanto riguarda l’ambito di applicazione, l’art. 15 tutela la liberta e la segretezza delle comunicazioni interpersonali, solo cioè di quelle comunicazioni che avvengono tra un numero di destinatari determinato e attraverso un mezzo tecnico idoneo a garantire la segretezza della comunicazione. L’art. 21 ha, invece, come oggetto le cosiddette comunicazioni al pubblico, vale a dire le manifestazioni del pensiero rivolte ad un numero indeterminato di soggetti. La distinzione tra i due ambiti di applicazione dipende, dunque, sia dalla volontà soggettiva di chi comunica sia dal mezzo tecnico utilizzato, nel senso che se lo strumento tecnico non è idoneo a garantire la segretezza, la comunicazione rientra sempre nel paradigma dell’art. 21 ed è considerata comunicazione al pubblico.
Per quanto riguarda il sistema di limiti, nell’art. 15, il Costituente ha previsto che la libertà e la segretezza delle comunicazioni interpersonali possa essere limitata solo dall’autorità giudiziaria con atto motivato e sulla base di una legge dello Stato. Ha cioè previsto, in ossequio al principio liberale di garanzia dei diritti, che la limitazione possa essere esclusivamente disposta dal Giudice “con le garanzie previste dalla Legge”
La Costituzione prevede, quindi, che per le comunicazioni interpersonali siano possibili solo limitazioni ex post, nel senso di successive all’autorizzazione del giudice. Nell’art. 21 il Costituente ha dettato una disciplina più complessa. Il primo e l’ultimo comma (il sesto) della norma sono dedicati in generale alle comunicazioni al pubblico, indipendentemente dal mezzo utilizzato, mentre gli altri commi riguardano specificamente la libertà di stampa. I limiti comuni sono quello esplicito del buon costume (da intendersi però come limitato alla sfera del pudore sessuale) e quelli impliciti ricavabili da altre norme costituzionali. Tra i limiti impliciti occorre ricordare i limiti personali cioè quelli derivanti dalla protezione dell’individuo che la Costituzione garantisce in altre norme (il limite dell’onore, della reputazione, della riservatezza, dell’identità personale) ed i limiti “pubblicistici” cioè derivanti dalla protezione costituzionale di finalità ed interessi collettivi (il limite dell’ordine pubblico, dell’esigenze di giustizia, della salvaguardia delle istituzioni e dei segreti).
Per limitare le manifestazioni contrarie al buon costume (e per analogia quelle che oltrepassano i limiti impliciti) la norma costituzionale prevede che la legge possa stabilire “provvedimenti adeguati a prevenire e a reprimere”.
Per quanto riguarda, invece, specificamente l’attività di stampa (da intendersi pacificamente sia in forma tradizionale sia in forma on line) l’art. 21 Cost. ha espressamente vietato qualsiasi tipo di autorizzazione e censura. Così facendo ha quindi vietato qualsiasi atto limitativo preventivo o “ex ante”. In più, la Costituzione ha disciplinato dettagliatamente anche i provvedimenti ex post – e precisamente il sequestro degli stampati nel caso di delitti – ricorrendo anche in questo caso al doppio meccanismo della riserva di legge e della riserva di giurisdizione, vale a dire subordinando – come per l’art. 15 – la limitazione ex post della libertà all’atto motivato del giudice sulla base di una legge. Solo, in via assolutamente eccezionale, la Costituzione consente, infine, il sequestro da parte di ufficiali di polizia giudiziaria, anche senza la previa autorizzazione del giudice, ma prevedendo che il provvedimento di sequestro sia portato dinnanzi al giudice entro ventiquattro ore e confermato nelle successive ventiquattro ore.
Cercando di attualizzare la disamina che altrimenti andrebbe ad eludere i fini di questo testo, è stato possibile notare come, dopo l’aggressione ai danni del Presidente del Consiglio, siano comparsi sul sito Facebook una serie di gruppi inneggianti a Massimo Tartaglia, l’autore del gesto. A seguito di questi eventi, il ministro degli Interni Roberto Maroni ha comunicato l’intenzione da parte della maggioranza e del Governo di porre mano alla legislazione inerente le manifestazioni pubbliche e la libertà di espressione sul web, al fine di “garantire ai cittadini e a chi ha compiti istituzionali di poter svolgere tranquillamente la propria azione”. Inizialmente le indiscrezioni suggerivano che tali modifiche normative sarebbero state attuate tramite un decreto legge. Successivamente, si è diffusa la notizia che il governo interverrà attraverso un disegno di legge, che dovrà dunque essere approvato dal Parlamento.
Sulla base di quanto argomentato partendo dalle norme costituzionali si possono trarre due conclusioni. La prima conclusione è l’assoluta necessità di distinguere per ogni tipo di comunicazione il paradigma costituzionale di riferimento. Questa distinzione abbastanza semplice con riferimento ai tradizionali mezzi di comunicazione diviene, estremamente difficoltosa al tempo del web 2.0, dei social network, delle chat e dei social group. Per cui può facilmente accadere che l’utente non sappia (ed in taluni casi non possa conoscere) se la conversazione alla quale partecipa è una comunicazione chiusa oppure una comunicazione al pubblico.
Qualora il legislatore decidesse, infatti, di intervenire dovrebbe adottare necessariamente una disciplina estremamente tecnica e minuziosa. Inoltre, dovrebbe – e questo appare difficilmente realizzabile – aggiornarla continuamente in una corsa (persa in partenza) contro il cambiamento tecnologico. Se anche si provasse questa strada, il risultato potrebbe essere una iper-normazione dei servizi del web 2.0, che presumibilmente non ne scoraggerebbe l’utilizzo, ma condurrebbe inevitabilmente all’elaborazione di condizioni di utilizzo complicate. Insomma l’iper-normazione si scaricherebbe sugli utenti che dovrebbero sottoscrivere ed approvare lunghe condizioni di utilizzo senza comprenderne appieno il significato, sempre che effettivamente decidano di leggerle.
Ma per non far sembrare fazioso questo articolo, risulta utile e doveroso menzionare la legge Levi Prodi del 2007, la quale ben dimostra come il bavaglio all’informazione non sia un vizio di qualcuno, quanto invece una prerogativa di molti.
Nel 2007, l’allora sottosegretario alla Presidenza del Consiglio del governo Prodi, Ricardo Franco Levi, ha elaborato un testo di legge per limitare la libertà di pensiero su Internet. Il disegno di legge, dal titolo “Nuova disciplina dell’editoria e delega al Governo per l’emanazione di un testo unico sul riordino della legislazione nel settore editoriale” è stato approvato all’unanimità dal Consiglio dei ministri il 12 ottobre 2007. La legge Levi-Prodi obbligherebbe ogni bloggher ad avere una società editrice e un giornalista iscritto all’albo come direttore responsabile.
La legge inoltre definisce il prodotto editoriale in modo ampio, definendolo: “qualsiasi prodotto contraddistinto da finalità di informazione, di formazione, di divulgazione, di intrattenimento, che sia destinato alla pubblicazione, quali che siano la forma nella quale esso è realizzato e il mezzo con il quale esso viene diffuso”. In tal modo farebbe rientrare anche i blog in questa definizione, che sono spazi gratuiti dati a privati per scrivere le loro idee, o pubblicare immagini. Lo scopo di poter far rientrare ogni libera espressione di idee nella definizione di “prodotto editoriale” è quello, ovviamente, di controllarlo e di poter perseguire penalmente l’autore, in modo tale da metterlo fuori gioco. Con la definizione di “prodotto editoriale” il giovane che esprime le proprie idee viene comparato all’attività editoriale dei grandi gruppi come “L’Espresso” o il “Corriere della Sera.”
Il risultato è che il piccolo bloggher non potrà avere mezzi finanziari o protezioni politiche in possesso dei grandi imprenditori, e di conseguenza potrà essere facilmente spazzato via dalla scena.
Questo è un chiaro segno di intimidazione, infatti, i bloggher, sapendo di poter essere facilmente perseguitati penalmente potrebbero avere timore e procedere talvolta ad attività di autocensura.
Questo è una caratteristica dell’attuale sistema: si spinge il cittadino ad agire esso stesso contro i propri diritti e interessi.
Cosa si può fare, dunque, per arginare il fenomeno di deresponsabilizzazione che sembra emergere dall’utilizzo dei social forum e, più in generale, del web 2.0? Occorre seguire la strada, già indicata da molti del dialogo con i fornitori dei servizi. In questo senso, occorre prendere coscienza del fatto che sarebbero necessarie scelte a livello globale, ma che mancando una efficace governance internazionale del settore, non vi è che la strada di lavorare alla definizione di politiche di utilizzo dei servizi concordate con i fornitori dei servizi stessi. Occorre, quindi, una continua concertazione tra le autorità nazionali (comunitarie ed internazionali, se possibile) ed i più importanti social networks, i motori di ricerca e più in generale i fornitori dei servizi che caratterizzano il web 2.0.
Tutto questo però con una doverosa presa di coscienza e la chiara ammissione che sia nell’ordine delle cose di una società eterogenea che le espressioni altrui, anche quando non configurano un reato, possono risultare sgradite, ma questo è il prezzo (ragionevole) della libertà di espressione. Ma la bellezza del principio della libertà di espressione consiste nella sua applicazione simmetrica e trasversale: al contrario, risulta particolarmente sgradevole invocare tale principio a tutela delle proprie posizioni, per dimenticarsene velocemente quando le espressioni sono altrui.
Raffaele Castagnella
Fonti:
www.senato.it
Corriere della Sera
www.lavoce.info
www.comedonchisciotte.org
IL FRONTE DEL ” BOH “
Questa mia analisi non vuole essere una sentenza finale sul Ponte sullo Stretto di Messina e su tutto quanto è alimentato attorno a questa opera, a partire dalla politica, ai movimenti civici organizzati, al fronte ambientalista o, a tutte quelle organizzazioni che al Ponte si interessano e che non dovrebbero poterlo fare, ma soltanto una riflessione personale e quindi forse sbagliata o facilmente non condivisibile su una vicenda dagli scenari importanti e che potrebbe cambiare radicalmente il destino dello Stretto di Messina.
Devo dire che la prima cosa balzatami agli occhi è stata il notare come tutti i movimenti, che siano essi politici, civici o ambientalisti, focalizzino l’attenzione soltanto su alcuni aspetti della questione ponte; aspetti che evidentemente sono i più convenienti per i loro fini, e come tutti coloro i quali partecipano a queste aggregazioni siano colpiti indifferentemente da una omologazione del pensiero che ha del preoccupante. E’ veramente raro trovare qualcuno che sappia proporre una visione totale della questione ponte e che sia in grado di pronunciarsi senza cadere nella faziosità. Probabilmente invece la questione trattata presenta una tronco tematico centrale, ma anche tanti aspetti che potrebbero sembrare secondari e che invece sono importanti perché come i rami che si dipartono dal tronco assorbendo l’ossigeno con le foglie, questi aspetti possono influire sulla fioritura o meno di un’opera che ha in teoria del grandioso.
Non voglio parlare del Ponte dal punto di vista tecnico; tante sono le informazioni reperibili a proposito ed io non posso certamente metter bocca su aspetti già analizzati ampiamente dai migliori ingegneri del mondo. La prima domanda quindi che mi pongo è quella che un po’ tutti si fanno: il Ponte è utile? E’ sicuramente una domanda lecita e che ha però evidentemente difficile risposta, viste le diatribe mediatiche a proposito, le forti ragioni del no e le altrettanto valide valutazioni del si. D’altronde a mio parere la necessità di un’opera come il ponte non può essere valutata soltanto per la struttura in sé stessa, ma anche per come questa sarà integrata in un sistema di contorno che possa fare del ponte lo strumento fondamentale della sua consistenza. Partiamo dal presupposto che lo schema di finanziamento proposto non prevede l’erogazione di contributi e garanzie statali a coprire per la sua interezza l’opera, ma la gran parte del necessario sarà ricavato attraverso un aumento di capitale della società Stretto di Messina per quasi il 40% del fabbisogno e che il restante 60% sarà reperito con la tecnica della “finanza di progetto” che prevede tra l’altro un risarcimento della spesa tramite le entrate derivanti dai pedaggi. Proprio quest’ultimo aspetto è molto criticato dai detrattori del ponte, i quali statistiche alla mano denunciano un calo del 30% del flusso di traffico tra le sponde siciliane e calabresi. Questo fenomeno è dovuto all’autostrada del mare, caldamente voluta dall’Unione Europea, che da Salerno bypassa la A3 portando via mare i mezzi direttamente in Sicilia e viceversa. Non ci si spiega quindi, visto questo trend, come giustificare eticamente ed economicamente una tale opera. C’è da capire poi se gli abitanti delle due sponde, troveranno vantaggioso attraversare lo Stretto su gomma piuttosto che su mare. In tal senso un’attenta politica e pianificazione deve essere attuata a livello locale per venire incontro alle esigenze di migliaia tra lavoratori e studenti che giornalmente attraversano la lingua di mare. Per il fronte del “si” posso citare un esempio pratico, quello dell’Oeresundbro, il ponte più lungo mai costruito dall’uomo che collega Copenhagen capitale della Danimarca e Malmoe capitale della Svezia. I primi anni di gestione sono stati faticosi e, se si eccettua il traffico commerciale di lunga percorrenza e quello turistico, il ponte sembrava destinato a essere sottoutilizzato, dato che gli abitanti delle due città per spostarsi da una sponda all’altra continuavano a preferire i mezzi marittimi tradizionali più a buon mercato. Una saggia politica dei prezzi ha nel 2002 invertito la tendenza e il traffico tra le due città è discretamente aumentato in termini assoluti rispetto all’epoca pre-ponte producendo un sensibile incremento dell’interscambio di merci e servizi. Inoltre, a pochi chilometri da Copenhagen, nei pressi dell’aeroporto internazionale, sta sorgendo Oerestad, piccola città satellite destinata a ospitare sedi di industrie biotecnologiche e farmaceutiche, una nuova università, aree residenziali e un parco tematico. Contestualmente dalla parte svedese è progettata Brostaden, analoga di Oerestad. In tal maniera, per effetto del ponte, la regione dell’Oeresund, a cavallo tra due nazioni, sta diventando un’unica grande area metropolitana, ricca di nuovi insediamenti produttivi e attrattrice di capitali internazionali oltre che di flussi turistici. L’Oeresundbro infatti, pur prescindendo da valutazioni economiche legate all’indice di sfruttamento della struttura, si è dimostrato un potente volano in termini di indirizzo di flussi turistici, di insediamento di strutture produttive industriali, di sviluppo di imprese commerciali, di allocazione di istituti formativi, di apertura di centri culturali, di miglioramento infrastrutturale complessivo di tutta la regione dell’Oeresund, divenuta un’unica grande area metropolitana più ricca e vivibile rispetto all’immediato passato. Tutto ciò avverrà anche sulle due sponde dello Stretto di Messina?
A questo punto, da studente di ingegneria devo dire di essere molto interessato alla questione relativa l’impatto tecnologico e scientifico del Ponte sulla nostra area dello Stretto. Siamo in un paese, è ormai chiaro, dove l’alta formazione tecnico-scientifica difficilmente trova sbocco e modo di esprimersi. Le nuove riforme universitarie inoltre impongono che i centri di studio trovino da soli gli strumenti per sopravvivere con una maggiore apertura al mondo dell’imprenditoria e del lavoro in generale. Stanno entrando sempre più nel gergo comune, parole come “startup” cioè l’avvio di imprese in questo caso ad alto contenuto tecnologico, e termini come “polo tecnologico” ad indicare quei luoghi dove vengono concentrate le conoscenze scientifiche patrimonio di un’area geografica e dove università ed impresa sposano obiettivi e condividono risorse; tutto questo nell’ottica ormai affermata che la qualità dei servizi e dei prodotti è l’unica via per salvaguardare un’economia italiana ed europea che risulta impossibilitata a competere con le economie emergenti a basso costo dell’Asia.
Mi chiedo allora se non sia possibile vedere nel Ponte un’occasione per cominciare a costruire anche nell’area dello Stretto, una realtà dove innovazione tecnologica e ricerca abbraccino progetti imprenditoriali importanti ed ambiziosi come quello del Ponte sullo Stretto di Messina. Non riesco a spiegarmi perché invece di perdersi in parole, in convegni e conferenze informative, la comunità scientifica locale, sostenuta dalla politica, non cerchi di ottenere un ruolo che a me pare doveroso all’interno della questione. Eppure dal basso arrivano segnali importanti; come spiegare il boom di iscrizioni al corso di laurea in ingegneria civile della Facoltà di Ingegneria di Reggio Calabria, se non come la capacità di captare un fenomeno che non è soltanto il Ponte, ma edilizio in generale, il quale potrebbe essere volano di sviluppo per l’area dello stretto. Per non parlare poi dei rami dell’ingegneria che potrebbero essere coinvolti nel progetto, dal settore delle telecomunicazioni a quello dell’elettronica, e come non pensare poi alla moltitudine di studi economici, scientifici ed ambientali che potrebbero avere nel Ponte una “musa ispiratrice”. E’ un vero peccato constatare invece come queste riflessioni che vengano da un comune cittadino come me , non siano altrettanto considerate da chi dovrebbe. E mentre noi parliamo limitandoci ad un “si” o ad un “no”, in Europa e nel resto di Italia gruppi di ricerca e prestigiosi studi di ingegneria progettano un’opera faraonica su misura per loro e che dovrebbe essere invece su misura per noi.
Passiamo ora senza cambiare di tanto la questione, alla problematica che forse più di tutte è pubblicizzata sui media e che è diventata cavallo di battaglia per il fronte del “no”, quella dell’impatto ambientale del Ponte sull’area dello Stretto. Scommetterei non so che cosa e sono sicuro che vincerei, puntando sul fatto che molte delle persone le quali stanno facendo dell’ambientalismo una bandiera, sono le stesse che deturpano la nostra amata cittadina di Villa San Giovanni con cataste di rifiuti solidi nei bordi dei marciapiedi o che inquinano le spiagge rendendole impraticabili durante tutto l’anno, o che addirittura utilizzano metodologie di pesca proibite danneggiando irreparabilmente la stessa flora e fauna per la quale predicano parole d’amore. Con questo non voglio affermare che il tema dell’ambiente non sia di grande importanza, anzi le ultime vicende del messinese ricordano ancora una volta quanto molesta possa essere la mano sconsiderata dell’uomo e quanto gli errori di oggi possano essere pagati a caro prezzo. Importantissimo diventa quindi un ideale di sviluppo sostenibile ed eticamente corretto, una green economy della quale si parla tanto e per la quale spero tanto si faccia.
Ancora una volta però non mi pare di vedere qualcosa che giustifichi queste lotte, questi inni all’ecologia, quanto ancora invece un avanzante immobilismo. Sono decenni che si parla di turismo a carattere naturalistico nel mezzogiorno….avete mai visto qualcosa di tutto ciò? Siete ancora convinti che le propagande romane possano diventare realtà se noi per primi non ci impegniamo a salvaguardare il nostro territorio con progetti imprenditoriali e scientifici? Ma ormai salvaguardare che cosa? Un panorama? Un mare che noi per primi deturpiamo? Sono troppo poche le giustificazioni e ancora meno le certezze. Ancora una volta gli attori locali dove sono? Coloro che potrebbero lavorare per la valorizzazione non solo naturalistica ma a tutto tondo della zona, dove sono? Basta forse qualche articolo di giornale o qualche conferenza politicizzata per risolvere le questioni? Io nel mio piccolo ritengo di no.
Forse è ormai un forma mentis della quale noi calabresi siamo pregni e difficile da cancellare, come difficile da debellare è la piaga maggiore della società italiana e meridionale in particolare e cioè l’infiltrazione malavitosa nelle opere pubbliche. C’è poco da fare, il Ponte è un obiettivo dichiarato della ndrangheta. E’ di alcuni giorni addietro un articolo sul giornale l’Unità il quale titola “Ndrangheta padrona dell’Expò . La Procura << Cantieri sono cosa loro >>”, dove viene sottolineato come i lavori per l’Expò del 2015 siano ormai nelle mani della malavita, la quale trova fiancheggiatori nel tessuto imprenditoriale, economico ed istituzionale del capoluogo lombardo. Volete che non accada la stessa cosa per il Ponte? Interessante è in tal senso la l’intervista a Radio24 rilasciata da Giusy Vitale prima donna capo del mandamento mafioso di Portinico (Palermo) ed ora collaboratrice di giustizia, nella quale la stressa dichiara << tra Cosa Nostra ed i calabresi vi sono già stati contatti in vista dell’ipotesi di costruzione del Ponte sullo Stretto >>; certamente una fonte “autorevole” che val la pena sentire. Ma d’altronde la questione della Salerno-Reggio Calabria è sotto gli occhi di tutti e non merita dilungamenti.
Arrivo quindi alla conclusione dicendo che, comunque voglia personalmente vedere la questione, non riesco a non arrivare alla medesima conclusione. Il problema siamo noi. Un popolo come quello calabrese che ormai ha perso la forza di autodeterminare il proprio futuro. In balia di altrui non riusciamo a proporre un’alternativa, a costruire da soli una rinascita e non facciamo altro che mostrare in casi sporadici barlumi di orgoglio pieni soltanto di fumo e pochi intendimenti. Il Ponte non è il male assoluto; non è possibile negare gli effetti positivi che lo stesso porterebbe nel nostro territorio e che coinvolgerebbero tutti. Non è realistico però negare i lati negativi di tale opera, che siano questi di natura ambientale o legati a fenomeni malavitosi. Sia nell’uno che nell’altro caso, compito delle personalità autorevoli dello Stetto, “sempre che ce ne siano” è quello di impegnarsi in decisioni reali e concrete per far in modo che da soli noi possiamo costruire il nostro sviluppo. Se non decidiamo noi, qualcun altro lo farà per noi e non rimarrà altro che scendere in piazza sprecando fiato ed energia, mentre i nostri amministratori non potranno far altro che approfittare della confusione delle masse.
Raffaele Castagnella
Agenda fuori tempo
A scanso di equivoci va detto subito: ne avremmo volentieri fatto a meno. L’animata discussione che nelle ultime 48 ore si è aperta sugli innegabili vantaggi del posto fisso (contrapposto all’aleatorietà del mercato) e che ha coinvolto, con toni anche appassionati, il capo e i ministri del governo di centrodestra, i principali esponenti dell’opposizione e i leader delle organizzazioni di rappresentanza, appare del tutto fuori tempo rispetto alla lenta evoluzione della crisi. L’impressione che un comune cittadino ne ricava è quella di avere a che fare con agende improvvisate che servono di più ad «emozionare » gli elettorati che a delineare convinte strategie di governo. Quasi che la logica del talk show dettasse le regole.
È bene che la politica si occupi del popolo, organizzi il monitoraggio della società, si chieda se gli elettori paghino o no le tasse, trovino oppure no lavoro, siano contenti delle nostre università o preferiscano mandare i loro figli a studiare all’estero e via di questo passo. Ma ogni idea o programma (si può dire riforma?) che viene sottoposta al vaglio dell’opinione pubblica deve poi essere tradotto in leggi, normative e istituti che migliorino l’esistente. È sacrosanto, quindi, che il governo discuta dell’occupazione e dei guasti provocati da una flessibilità corsara, ma fino a ieri la strada tracciata dal ministro Maurizio Sacconi — per altro in una logica bipartisan — prevedeva il completamento delle riforme Treu e Biagi con lo scopo di garantire la tutela del lavoro flessibile anche nei periodi di non impiego. Tutto ciò va rottamato?
L’occupazione in Italia finora ha retto grazie alla cassa integrazione, considerato a torto un ferro vecchio e che invece ci ha permesso di oltrepassare la fase più acuta della crisi. Ma attenzione: il grande freddo non è finito. Con uno di quei paradossi di cui è ricca la storia è ripartita prima l’economia di carta, simboleggiata dalle «famigerate» borse valori, e invece quella reale è ancora lì, a leccarsi le ferite. Non basta un convegno per spegnere le inquietudini dei piccoli imprenditori e artigiani, anche di quelli del Varesotto che pure hanno votato in massa i partiti di governo e si spellano le mani per Umberto Bossi. Ma quante di quelle imprese sopravvivranno al grande freddo? E si tratta di posti (fissi) che vengono cancellati da un giorno all’altro e di territori che rischiano di veder azzerata la vocazione produttiva. C’è qualche ministro disposto a dir loro la verità e invitarli a rinunciare all’atavico individualismo e aggregarsi piuttosto che morire? La crisi, poi, non mette solo a repentaglio le micro-imprese, sta anche falciando il già debole terziario italiano. Quanti sono gli Invisibili professionisti che non riescono più a mettere assieme uno stipendio decente e sono costretti però a pagare i costi di un welfare di cui non usufruiranno mai? Troppi per partecipare a un talk show.
Dario Di Vico, Corriere della Sera
Le atomiche e l’utopia di Obama
Fra le molte finestre che Obama ha spalancato su un «futuro migliore», la più spettacolare è la proposta di un mondo senza armi nucleari. Citando una celebre frase di Reagan («le armi nucleari devono essere eliminate totalmente»), il Presidente Usa ha strappato al Consiglio di Sicurezza dell’Onu una risoluzione unanime per il disarmo nucleare. Erano 14 su 15 i leader mondiali presenti; oltre ad Obama, i Capi di Stato di tutte le massime potenze, nucleari e non, incluse Russia e Cina. Tutti si sono impegnati «a creare le condizioni per un mondo senza armi nucleari»: anche se non è detto come ci si possa arrivare.
L’arma finale non è più stata impiegata in guerra dal 1945, quando prima Hiroshima (alle 8,15 del 6 agosto), e tre giorni dopo Nagasaki, furono obliterate da due bombe atomiche, di potenza infinitamente inferiore a quella delle migliaia di ordigni atomici e termonucleari oggi esistenti. Ma ancora oggi, anche se Obama e Medvedev hanno concordato una riduzione dei loro immensi arsenali atomici, dopo un conflitto che vedesse impiegata anche una parte soltanto di queste armi la Terra rischierebbe di essere ridotta a un «pianeta di erbe ed insetti».
È bensì vero che la consapevolezza che l’uso dell’atomica avrebbe provocato risposte catastrofiche, garantendo una «mutua distruzione assicurata» (MAD), ha impedito anche a leader criminali come Stalin, o folli come Mao (benché questi sostenesse che grazie all’immensità della sua popolazione la Cina sarebbe comunque sopravvissuta), di impiegare mai l’atomica. È probabilmente vero che noi dobbiamo all’atomica se la «terza guerra mondiale» è stata soltanto una «guerra fredda». Ma ci riesce difficile affidare proprio all’arma finale la garanzia della nostra sopravvivenza. E forse la garanzia non è più adeguata in un mondo con un numero crescente di potenze atomiche, e con organizzazioni terroristiche che non hanno territori propri e che vedono nella morte la garanzia di un glorioso aldilà.
L’ipotesi di dar vita a un mondo senza armi nucleari fa dunque sognare. Eppure, di tutte le proposte innovative di Obama, questa appare la meno realistica. I dubbi non nascono soltanto dal fatto che le stesse grandi potenze atomiche continuano ad ammodernare il loro potenziale nucleare; o dal pericolo, che rimane anche dopo Vienna, di un Iran che realizzi armi nucleari; o dalle atomiche nord-coreane. Al di là di questi fattori, che non consentono di vedere nel «futuro vicino» un disarmo nucleare generalizzato, l’ipotesi di un mondo senza armi atomiche si scontra con alcuni basilari fattori di impossibilità.
Il primo e fondamentale è che le armi nucleari non potranno mai più essere «disinventate», per tutta la storia dell’umanità. E in un mondo multi-nazionale quale è quello attuale, essendo ancora utopia il sogno di un governo globale, nulla potrà mai garantire che in un conflitto fra grandi o piccole potenze, o nell’ambito di ideologie folli come è il terrorismo islamista, qualcuno non ricostruisca segretamente, con un patrimonio mondiale di «materiale nucleare» sempre più imponente, delle armi atomiche. E non è credibile che, in un mondo siffatto, chi ha armi nucleari accetti di distruggerle tutte, affidandosi alla buona sorte.
Il più «utopistico», ma abbastanza credibile progetto di un’umanità libera dall’incubo di scomparire nei gorghi di un conflitto nucleare, venne proposto tanti anni fa da Paul Nitze. Ma allora c’erano solo due superpotenze, e l’ipotesi che esse accettassero, come Nitze proponeva, di ridurre il numero delle loro armi nucleari a due o tre decine per parte (oggi sono migliaia), troppo poche per fare di una guerra atomica l’apocalisse finale della storia umana, non appariva impossibile. (Le armi restanti sarebbero state concentrate, sotto reciproco controllo, in due sole basi protette da un sistema antimissile, o collocate in sottomarini). Purtroppo sono oggi troppo numerosi gli Stati dotati di armi atomiche per rendere realizzabile il piano Nitze. Come dicono alcuni scettici, «non si può rimettere nel tubetto il dentifricio che è stato fatto uscire».
In verità, io non credo che neanche Obama pensi di vedere realizzato in uno spazio di tempo prevedibile il suo sogno. Credo però che egli pensi che la poderosa proposta di un’utopia possa servire ad avviare una serie di iniziative limitate, ma concrete e crescenti, che riducano il pericolo incombente. È credibile un’ulteriore, drastica riduzione degli arsenali nucleari esistenti. È già un fatto il saggio abbandono da parte di Obama del progetto di un sistema antimissilistico previsto da Bush. E non è impossibile, nella scia di Vienna, una serie di accordi imposti dalle grandi potenze che impediscano (anche all’Iran) un’ulteriore proliferazione nucleare. Così, almeno, guadagneremmo tempo: in attesa che si realizzi il sogno kantiano di una futura armonia fra tutte le nazioni, o di un governo globale. Intanto diminuirebbe il pericolo di quella spada di Damocle nucleare che è oggi sospesa (e forse lo sarà per sempre), sulla testa dell’umanità.
Arrigo Levi, La Stampa
Passaggio della Campana Kiwanis Junior Club Villa San Giovanni 9.10.2009

Si è svolto lo scorso Venerdì 9 Ottobre, il Passaggio della Campana del Kiwanis Junior Club Villa San Giovanni e del Kiwanis Club Villa San Giovanni, nella sempre splendida cornice del Grand Hotel De La Ville. Il passaggio delle consegne ha avuto luogo per il Kiwanis Junior, tra il presidente uscente Ylenia Giunta e il presidente dell’anno sociale 2009/2010 Antonella Castagnella. Per il Club Sponsor invece il testimone è passato dal presidente Vincenzo Siclari al presidente 2
009/2010 Domenico Castagnella. Durante la serata è avvenuto anche il passaggio tra il Luogotenente Governatore Giuseppe Gullì ed il Luogotenente Governatore 2009/2010 Ottavio Sinicropi. Importantissima è stata la presenza del Governatore Distretto Italia Valeria Gringeri, nonchè del Governatore KJ Distretto Italia Sergio Giummo; entrambi non volendo mancare all’avento hanno portato i loro saluti, dimostrando grande affetto nei confronti del Kiwanis Villa San Giovanni.
SITO KIWANIS JUNIOR VILLA SAN GIOVANNI










